La storia di Betta : Una e tutte

Data di creazione : Ottobre 2024 – Marzo 2025

Data di completamento : Marzo 2025

Idea e realizzazione a cura di : Rete Donna (Caritas Diocesana Veronese, ACISJF Protezione della Giovane, Centro Diocesano Aiuto Vita, Coordinamento donne Cisl Verona), Casa di Ramia – centro interculturale delle donne del Comune di Verona, Laboratorio Saperi Situati – Università di Verona.

Posizione attuale : Casa di Ramia (via Nicola Mazza, 50, 37129 Verona)

Gruppi e istituzioni partecipanti

Laboratorio di narrazione e scrittura condivisa presso Casa Santa Elisabetta – Caritas Verona/Rete Donna della Diocesi di Verona; Laboratorio Pedagogia del corpo; Bolla di gioia; Casa di Ramia – centro interculturale delle donne di Verona ; GeneraLab; Centro riuso creativo; Comune di Verona.

Linee del progetto

Betta è un’installazione performativa nata da un processo di co-creazione durato cinque mesi, che ha coinvolto un gruppo di donne intorno ai temi della femminilità plurale, della migrazione, della memoria e della resilienza. Scultura, oggetto tessile, simbolo e scenografia allo stesso tempo, Betta è concepita per accogliere performance coreografiche e narrative in spazi pubblici o culturali. Rappresenta una ricerca collettiva sui legami, le storie condivise e la creazione come gesto politico e comunitario.

Intento e concetto artistico

La creazione artistica non è solo un atto espressivo: è un’autentica sperimentazione collaborativa, uno spazio di ricerca in cui idee, materiali e interazioni vengono messi alla prova, raffinati e trasformati. Betta ne è un perfetto esempio: un progetto sviluppatosi nell’arco di cinque mesi, dall’idea iniziale alla sua realizzazione, attraverso riflessioni collettive e laboratori.

1. Betta: una figura simbolica nata da una ricerca narrativa

Betta è nata da un racconto collettivo, da un processo creativo imprevedibile, fatto di scelte, intuizioni ed esitazioni condivise. La sua origine affonda nel laboratorio di narrazione e scrittura che si è svolto a Casa Santa Elisabetta, un progetto nato dalla collaborazione tra diverse realtà e figure professionali. A guidare il percorso: Maria Livia Alga, dell’Università di Verona, la filosofa Giannina Longobardi del Circolo Diotima e Jamila Lafrik, insegnante e abitante della casa, promotrice del laboratorio. Insieme hanno accompagnato un gruppo di donne in un viaggio di parola e immaginazione, all’interno di un luogo che è prima di tutto accoglienza e supporto per chi attraversa momenti difficili. 

Nel corso dei mesi il progetto si è arricchito della partecipazione di numerose donne che fanno parte di Rete Donna della Diocesi di Verona e di Casa di Ramia centro interculturale delle donne del Comune di Verona. 

Dalla forza di questo percorso è nata Betta, e con lei l’idea di performance artistiche e narrative per darne voce e corpo. Una storia collettiva che si trasforma in arte, relazione e memoria condivisa.

L’idea iniziale era rappresentare una donna che potesse incarnare tutte le altre: un’entità trasversale, portatrice di esperienze e voci, di molteplici visioni del femminile. Questo concetto si è arricchito nel tempo, dando vita a una struttura con più teste collegate da una treccia, metafora del legame tra donne, della loro diversità e unità.

Il nome Betta, ispirato al luogo in cui è nato il racconto – Casa Santa Elisabetta – risuona in diverse lingue. In arabo, ebraico o greco, “Betta” è assonante con “Bayt” che significa “casa”: un rifugio, una comunità, uno spazio di trasmissione. Il progetto si è costruito come una casa collettiva, uno spazio di creazione condiviso. Betta racconta storie di migrazione e ricerca, legami familiari e solidarietà, separazione e riunificazione.

2. Una ricerca tra concetto e materiali
Betta non è un’idea astratta: è il frutto di un lavoro di sperimentazione. Ogni materiale, ogni forma adottata o scartata ha avuto un significato simbolico.

  • Struttura : in bambù, per solidità, leggerezza e mobilità
  • Testa : struttura rotonda in legno che rappresenta la luna e uno specchio, con treccia in paglia che rappresenta il sole
  • Treccia in tessuto : metafora dei legami umani
  • Abito : misto di tessuti e materiali organici, concepito gradualmente
  • Mobilità : struttura piatta e stabile, portata a mano, come simbolo di processione

Ogni fase è stata scandita da prove, aggiustamenti e scambi, rendendo Betta un processo di ricerca collettiva. 

3. Una sperimentazione collaborativa verso una presentazione collettiva
Presentata il 15 marzo per la Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne, Betta non è solo una scultura: è al centro di una performance artistica e narrativa collettiva che unisce movimento, danza, parola e narrazione. Ogni partecipante ha contribuito secondo la propria sensibilità. Betta è così uno strumento di trasmissione, generatività e scambio.

4. Betta : un laboratorio di creazione sociale e artistica
Questo progetto ha permesso di esplorare tematiche sociali (femminilità, comunità, trasmissione), tecniche (costruzione, intreccio, scultura) e pratiche artistiche (danza, performance, narrazione). Betta è una casa metaforica, luogo di incroci e gesti condivisi. Incorpora una ricerca su cosa significhi essere e creare insieme. 

5. Dati tecnici dell’opera

  • Dimensioni: 2 m di lunghezza, circa 1,60 m di corpo
  • Materiali: bambù, tessuto, paglia, perle di legno, rami e foglie d’ulivo, rafia, filo
  • Peso stimato: non noto
  • Mobilità: opera trasportabile a mano
  • Installazione: adatta a uno spazio interno ampio
  • Interattività: può essere attivata da performance oppure esposta come installazione

Presentazione dei partecipanti

1. Casa Santa Elisabetta : 

Nel cuore di Verona, in un ex monastero, c’è un bellissimo condominio solidale che accoglie donne sole con figli. Composto da 8 alloggi autonomi e due spazi comuni, in cui le donne accolte ritrovano una tranquillità abitativa e sperimentano nuove relazioni di amicizia e mutuo aiuto. In un contesto di divisioni sociali e disuguaglianze crescenti, Casa Santa Elisabetta vuole essere uno spazio in cui vivere generosamente insieme, coltivare pratiche di supporto reciproco, relazioni di amicizia e, perché no, scoprire culture sconosciute. Gli spazi comuni sono utilizzati quotidianamente dalle famiglie, ma sono anche pensati e arredati per ospitare laboratori, piccoli corsi, cene condivise. La vita del condominio è curata e stimolata da operatrici e volontarie che svolgono un lavoro di accompagnamento quotidiano; orientano alle opportunità e promuovono/organizzano laboratori e attività culturali. Casa Santa Elisabetta è un progetto Rete Donna. 

2. Rete Donna :

È un network di enti del privato sociale della Diocesi di Verona che, a diverso titolo e per vari livelli di bisogno, offrono assistenza a donne e madri in situazioni di difficoltà. Gli enti che attualmente ne fanno parte sono: Caritas Diocesana Veronese, ACISJF Protezione della Giovane, Centro Diocesano Aiuto Vita, Coordinamento donne Cisl Verona. L’obiettivo della Rete è creare connessioni tra strutture, servizi ed enti, al fine di affrontare in modo più efficiente il disagio femminile presente a livello locale. I principi della Rete sono la valorizzazione della persona, la sussidiarietà rispetto all’ente locale ed i valori cristiani.

3. La Casa di Ramia : 

È una casa interculturale delle donne del Comune di Verona. Accoglie da oltre vent’anni donne provenienti da diversi percorsi migratori, promuovendo la loro espressione, autonomia e partecipazione alla vita culturale locale. Luogo di ascolto, creazione e solidarietà, propone laboratori, incontri ed eventi in cui vengono valorizzati i saperi e le storie di ciascuna. In questo contesto, il progetto Betta si inserisce in un percorso artistico e sociale “Arte e parola per fare comunità”, dando voce alle esperienze delle donne e costruendo legami attraverso la creazione collettiva. 

4. Laboratorio saperi situati (Università di Verona):

Il gruppo di ricerca è composto da ricercatrici e ricercatori che lavorano presso università e istituzioni pubbliche, associative e del privato sociale. Da anni sono impegnate sui temi della coesione sociale, della maternità e dell’educazione in contesti transculturali, sulla dimensione dell’arte e della spiritualità nella creazione di saperi e pratiche di convivenza. L’espressione ‘saperi situati’ racchiude il nucleo comune di queste esperienze: l’impegno a generare processi di conoscenza radicati nei corpi, coscientemente parziali e contestuali ma aventi la forza di costruire il senso di una umanità comune, non organizzata secondo assi di dominio.